ENNIVS, MEDEA sive MEDEA EXVL (MEDEA ovvero MEDEA ESULE)

Bibliografia
Ennianae poesis reliquiae iteratis curis recensuit I. Vahlen, Leipzig 1928.
The Tragedies of Ennius. The Fragments
, edited, with an Introduction and Commentary by H.D. Jocelyn, Cambridge 1969 (rist. corr.; 19671).
Poeti latini arcaici, I, Livio Andronico, Nevio, Ennio, a cura di A. Traglia, Torino 1986.

 

nr. Vahlen nr. Jocelyn [nr.] testo Traglia trad. Traglia
       

246 - 254

208 - 216 [133 T.] (Nutrix) Utinam ne in nemore Pelio securibus
caesa accidisset abiegna ad terram trabes,
neue inde nauis inchoandi exordium
cepisset, quae nunc nominatur nomine
Argo, quia Argiui in ea delecti uiri
uecti petebant pellem inauratam arietis
Colchis, imperio regis Peliae, per dolum.
nam numquam era errans mea domo efferret pedem
Medea animo aegro amore saeuo saucia.
(Nutrice) Volesse il cielo che nel bosco del Pelio mai
fosse caduta a terra, tagliata dalla scure, quella trave di abete
e che da qui non avesse mai avuto inizio
la costruzione della nave che ora ha preso il nome
di Argo perché, trasportato su di essa, il fior fiore degli eroi argivi,
su ordine del re Pelia, cercò di ottenere (con l'inganno)
dai Colchidi il vello d'oro dell'ariete.
Ché la mia padrona Medea, dal cuore dolorante ferita da una grave passione d'amore non avrebbe mai lasciato la sua patria per andare raminga.
255 - 256 237 - 238 [134 T.] (Paedagogus) Antiqua erilis fida custos corporis,
quid sic te extra aedis exanimatam eliminat?
(Pedagogo) O antica e fedele custode della persona della mia signora, perché così fuori di te hai varcato la soglia di casa?
257 - 258 222 - 223 [135 T.] Cupido cepit miseram nunc me proloqui
caelo atque terrae Medeai miserias.
(Nutrix) Il desiderio m'ha preso, misera, di confidare al cielo e alla terra le sventure di Medea.
259 - 261 219 - 220

[136 T.] (Medea) Quae Corintum arcem altam habetis matronae opulentae optimates
multi suam rem bene gessere et publicam patria procul;
multi qui domi aetatem agerent propterea sunt improbati.

(Medea) O potente e nobili matrone, che abitate l'alta cittadella di Corinto, v'è molta gente che pur lontana dalla patria serve i suoi propri interessi e quelli dello stato; molti vi sono che vivendo a casa loro sono per questo biasimati.
262 - 263 232 - 233 [137 T.] (Medea) nam ter sub armis malim uitam cernere
quam semel modo parere.
(Medea) Ché tre volte io preferirei mettere a repentaglio la vita combattendo, che partorire una sola volta.
273 221 [138 T.] Qui ipse sibi sapiens prodesse non quit nequiquam sapit. (Medea) Se il saggio non può giovare a se stesso, vana è la sua sapienza.
264 - 265 (p. 349) [139 T.] (Creon) Si te secundo lumine hic offendero, moriere (Creonte) Se domani t'incontrerò qui, morrai.
266 - 272 225 - 231 [140 T.] (Medea) Nequaquam istuc istac ibit; magna inest certatio.
nam ut ego illi supplicarem tanta blandiloquentia
ni ob rem? qui uolt quod uolt ita dat <semper> se res ut operam dabit.
ille trauersa mente mi hodie tradidit repagula
quibus ego iram omnem recludam atque illi perniciem dabo
mihi maerores, illi luctum, exitium illi, exilium mihi.
(Medea) Non andranno affatto le cose per questo verso; v'è una grande battaglia in vista. Infatti come l'avrei supplicato con parole tanto carezzevoli, se ciò non fosse utile al mio piano? A chi vuole ciò che vuole, le cose andranno secondo quanto egli si adoprerà perché così accadano.
Stupidamente egli mi ha aperto oggi la porta attraverso cui darò libero sfogo a tutta la mia ira e lo manderò in rovina: a me le lacrime, a lui il lutto; a lui la morte, a me l'esilio.
279 244 [141 T.] (Chorus) Utinam ne umquam mede cordis cupido corde pedem extulisses (Coro) Volesse il cielo, o Medea, che tu mai avessi lasciato la Colchide, con il tuo cuore pieno di desiderio!
274 - 275 (p. 350)

[142 T.] (Medea) Non commemoro quod draconis saevi sopivi impetum,
non quod domus vim taurorum et segetis armatae manus

(Medea) Non sto a ricordare che io addormentai il furore del feroce serpente, non il fatto che io domai la forza dei tori e la schiera della messe armate.
276 - 277 217 - 218 [143 T.] (Medea) Quo nunc me uortam? quod iter incipiam ingredi?
domum paternamne? anne ad Peliae filias?
(Medea) Dove ora mi rivolgerò? Quale strada comincerò a percorrere? Verso la casa paterna, oppure verso le figlie di Pelia?
278 224 [144 T.] (Iason) Tu me amoris magis quam honoris seruauisti gratia.
(Giasone) Tu mi hai salvato più per amore che per rendermi onore.
280 273 [145 T.] (Medea vel Aegeus) Sol qui candentem in caelo sublimat facem. (Medea o Egeo) Il sole, che in cielo leva in alto la sua incandescente luce.
281 245 [146 T.] (Chorus) fructus uerborum aures aucupant. (Coro) Le mie orecchie raccolgono una messe di parole.
282 - 283 241 - 242 [147 T.] (Medea) saluete optima corpora.
cette manus uestras measque accipite.
(Medea) Addio, mie belle creature; datemi la vostra mano e ricevete la mia.
284 - 286 234 - 236 [148 T.] (Chorus) Iuppiter tuque adeo summe Sol qui res omnis inspicis
quique tuo lumine mare terram caelum contines
inspice hoc facinus prius quam fit. prohibessis scelus.
(Chorus) O Giove e tu in particolare, o sommo Sole, che vedi tutte le cose e con la tua luce abbracci il mare, la terra e il cielo, guarda questo misfatto: impedisci, prima che si compia, il delitto.
287 - 288 239 - 240 [149 T.] Asta atque Athenas anticum opulentum oppidum
contempla et templum Cereris ad laeuam aspice.
Fermati e contempla l'antica e opulenta città di Atene e guarda a sinistra il tempio di Cerere.